La lettera di una mamma

Prima che iniziasse la scuola materna l’avrei definito un bambino CARATTERIALE, termine che sento usare sempre più spesso per definire bambini che danno del filo da torcere agli adulti.

Non ricordo che sia mai stato semplice farlo vestire, uscire da casa, salire in macchina, entrare in un negozio e poi … uscire dal negozio, salire in macchina, rientrare a casa ….

Tutto doveva avvenire secondo i suoi tempi o secondo un rito che solo lui conosceva.

Non seguiva nessuna mia raccomandazione: “non toccare”, “non andare lì”, “stai vicino a me”, “vedi, te lo dice anche quel signore che non si può” … il signore, la signora e la signorina di turno venivano puntualmente ignorati, nessun estraneo aveva la minima autorità su di lui.

 

Comunque era un bambino piccolo, naturalmente non aveva nessun interesse per le cose che volevo fare io, non conosceva i pericoli, non aveva il senso del tempo, tutto questo per me era stancante, ma normale.

Cominciavo, però, a rendermi conto che non cercava mai di compiacermi, cosa che, invece, vedevo fare dai suoi coetanei.

Sentivo che non doveva essere proprio così … ma, appunto, .. era piccolo..

Con l’inizio della materna ho avuto modo di confrontarmi con persone che per professione educavano bambini.

Finalmente avrei potuto affidare le mie sensazioni negative e le mie ansie alle mani sapienti di chi, per lavoro, conosceva i bambini e il loro comportamento.

Finalmente mi sarebbero stati rivelati i segreti di mio figlio e sarei entrata in possesso della formula magica per renderlo un bambino più gestibile.

Forse mi sarei potuta rilassare un attimo, mi sarei liberata di preoccupazioni e dubbi e avrei semplicemente potuto godermi il mio cucciolo.

 

E il confronto arrivò: è un bambino molto intelligente, ha i suoi interessi, ma non rispetta nessuna semplice regola, non fa quanto richiesto, non ha manualità, non si lascia coinvolgere dalle attività proposte, non sorride molto, ha bisogno di molte coccole.

COCCOLE? Io lo inondavo di coccole ed abbracci e lui ha sempre ricambiato con tenerezza.

Le educatrici della scuola materna frequentata da mio figlio erano persone preparate, molto gentili, soprattutto lo amavano e il loro obbiettivo era quello di farlo stare bene.

So di certo che sono state provate varie strategie educative per fare in modo che il suo percorso durante quel prezioso e delicato periodo di vita fosse sereno.

Lui, però, sereno non era, non era neanche leggero e spensierato come gli altri bambini.

E a questo punto non erano sereni neppure mamma e papà.

Le difficoltà con i figli spesso sono accompagnate da disaccordi tra i genitori e questo stava succedendo anche a noi, non eravamo in sintonia sull’educazione del nostro bambino.

 

Ma avevo fiducia sul potere del tempo che passa e con l’inizio delle scuole elementari mi aspettavo un forte cambiamento.

Lui era contento della novità.

Speravo che, sull’onda di un po’ di sano entusiasmo, sarebbe stato più attivo e coinvolto dalle attività che gli sarebbero state proposte.

Troppo facile..

Mio figlio tornava a casa lamentandosi che a scuola si annoiava.

Le maestre non potevano non riferirmi che, anche se era un bambino molto intelligente ed era bravo nelle materie scolastiche, nell’ordine:

-          non stava mai seduto al banco

-          disturbava  la lezione facendo il pagliaccio per attirare l’attenzione

-          non stava mai in silenzio … anzi gridava proprio.

-          quando veniva richiamato sfidava apertamente le maestre

-          se veniva mandato fuori dalla porta, invece che starsene buono in attesa di essere riammesso in classe se ne andava in giro per la scuola

-          aveva spesso un atteggiamento provocatorio nei confronti dell’insegnante.

 

Ora non erano più vaghe sensazioni.

Ora ero seriamente preoccupata e non sapevo come intervenire.

Mi sono rivolta così allo Sportello di Sostegno Psicologico della scuola.

Con un sacco di aspettative e un po’ di pudore … si chiama “Sportello di Sostegno Psicologico” … roba grossa..

mi sono presentata ad un dottore.. credo uno psicologo.. gentile.. posato.. il quale dopo un po’ di domande sul comportamento del bambino a scuola e a casa mi ha congedata e mi ha riferito che mi avrebbero richiamata.

Sono stata contattata alla fine del secondo quadrimestre .. mi sono presentata allo stesso psicologo, che, senza aver mai visto mio figlio, mi ha consegnato un foglietto riportante alcuni suggerimenti da manuale.

Me ne sono tornata a casa consapevole di aver perso un anno e con nuovi pesanti sassi nelle tasche.

 

Con “forzata” fiducia abbiamo iniziato la seconda elementare.

Neanche il tempo di sperare …. ricominciava il valzer dei malumori (da sottolineare che comunque neanche i centri estivi erano stati rose e fiori, ma almeno .. non era la scuola).

Il tempo in effetti non era più mio alleato.

Non rappresentava più la speranza per una maturazione e una nuova consapevolezza che avrebbe aiutato mio figlio a vivere in sintonia con il mondo che lo circondava, per essere meno disallineato, distratto, bastian contrario a priori.

No!  il tempo lo stava punendo.

Diventava più grande e da lui si pretendeva il salto di qualità in virtù della sua età, non era più scusabile, da lui ci si aspettava un comportamento ADEGUATO, e possibilmente un po’ di educazione…. “Le regole signora!!!”…

 

Più di ogni altra cosa volevo che si comportasse bene a scuola, mi rendevo conto di quanto fosse difficile per le maestre lavorare serenamente in classe con un disturbatore patentato, un oppositore incallito.

Speravo che le cose si mettessero bene soprattutto perchè non sopportavo più tutta quella negatività che stava appesantendo noi e che stava MODELLANDO lui.

Ogni giorno mi auguravo che fosse un giorno buono, che non tornasse a casa arrabbiato o frustrato o contrito, sempre con una nota o una segnalazione nel quaderno.

Dovevo arrabbiarmi?

Non dovevo arrabbiarmi?

Dovevo metterlo in punizione? … Ma doveva stare sempre in punizione sto bambino?

E lui era sempre più arrabbiato e … ora lo so …. INCOMPRESO.

 

Con le maestre ho parlato spesso, la collaborazione e la voglia di migliorare le cose c’era da entrambe le parti.

Ma tutte le strategie messe in atto non funzionavano .

L’ennesima nota sul libretto, l’ennesima tragedia a casa mi hanno fatto muovere … in avanti questa volta ….  non verso il basso come facevo ormai da tempo.

Solo volata dalla pediatra e ho spiegato che noi genitori o mio figlio o tutti e tre avevamo un problema e volevamo risolverlo.

Su consiglio della pediatra ci siamo rivolti a Neuropsichiatria Infantile

Per avere una diagnosi erano previsti almeno 4 colloqui.

Ci trovavamo bene , di volta in volta si fissava il nuovo appuntamento.

Fatto il terzo colloquio la struttura sanitaria è entrata in pausa per riorganizzazione dell’organico: ci avrebbero chiamati loro per il 4° e ultimo appuntamento.

Non li abbiamo più sentiti.

Dopo aver chiamato più volte, passati ormai dei mesi non li ho più cercati perché non potevo aspettarmi un aiuto adeguato da una struttura che ti molla in un momento così delicato. Questo era il motivo nr. 1.

Il mio, PERSONALE, motivo nr. 2 era un disaggio nell’affrontare quel percorso.

Troppo lontano dalla mia quotidianità e duro perché ora era qualcun altro che ti guardava dentro e ti tirava fuori tutte le sensazioni, le ansie, i dolori che una mamma porta dentro di se quando sa che al suo bambino le cose non stanno andando per il verso giusto.

 

Ok ci avevano mollati, ma ormai l’anno scolastico stava finendo.

Ci siamo detti: lasciamo che passi l’estate, che cominci la scuola, magari col tempo … (col tempo? ma non era nostro nemico il tempo?...la debolezza ci confonde …) , maturerà, dai che è la volta buona!

Puntuale come il ritornello di una canzone, ritorna la stessa musica, ma con note più scure, perché è vero … eppure lo sapevo .. nel nostro caso il tempo non aiutava.

Non so come,  ma è finito un altro anno di scuola.

 

Rendimento scolastico: buono

Umore: pessimo.

 In quarta elementare finalmente la svolta.

Grazie ad un doposcuola gestito da una associazione esterna alla scuola ho conosciuto Ombretta, una delle educatrici che seguivano i bambini.

Io ormai chiedevo consigli a chiunque avesse a che fare con mio figlio in qualità di educatore…  qualsiasi educatore … compresi gli istruttori di nuoto (che disastro lo sport per lui).

Le chiedo se ha notato qualcosa di particolare nel comportamento di mio figlio, se mi può dare un consiglio.

Fisso l’ennesimo appuntamento per provare a TRADURRE mio figlio.

 

BINGO, ERA ORA …  è cominciata la fase della consapevolezza.

 

Parliamo tanto, non ho nulla da perdere e mi AFFIDO,  mi apro e piango tanto,  ma ho anche una buona sensazione.

Sarà disperazione, sarà che così va bene …

Fissiamo altri appuntamenti, io e mio marito iniziamo il Parent-Training cioè incontriamo periodicamente Ombretta a casa nostra  e parliamo di noi, di nostro figlio.

Lei ci traduce nostro figlio e ci spiega come sia difficile per lui adeguarsi ad un mondo che va ad una velocità diversa dalla sua.

Ora so leggere i momenti rimasti impressi nella mia mente nei quali vedevo mio figlio in difficoltà, spaesato, incapace di reagire, oppure eccessivamente reattivo.

E, a parte piangere e piangere (io piangevo, non mio marito), vediamo una nuova prospettiva per il futuro.

 

Mentre noi affrontiamo il Parent-Training, nostro figlio incontra, a casa, una volta alla settimana, uno psicoterapeuta, Matteo, che interagisce con lui in qualità di educatore e che ha il compito di aiutarlo ad apprendere delle strategie utili ad affrontare in modo efficace le difficoltà presenti nel suo quotidiano.

Il tutto comporta un miglioramento di vita esponenziale sia per lui che per noi: piccole vittorie uguale a maggiore autostima, autostima migliorata uguale nuove vittorie.

 Ora la famiglia sta meglio, noi genitori siamo più consapevoli ed abbiamo gli strumenti per costruire un sano rapporto con nostro figlio.

A scuola si nota che qualcosa è migliorato, ma non basta.

In famiglia siamo in tre a scuola c’è tutta una classe, tante maestre, tanti stimoli, troppe difficoltà.

 

I pochi incontri di Ombretta con le maestre non possono fornire a queste ultime tutti gli strumenti necessari per gestire in classe un ragazzino iperattivo.

E’ proprio a scuola che la sua difficoltà di attenzione e di autocontrollo diventa un problema.

Ed è proprio in questo ambiente educativo, al quale affidiamo tutti i giorni nostro figlio, che l’autostima conquistata lentamente,  un passo alla volta, viene sistematicamente demolita a suon di sconfitte.

Mio marito ed io sentiamo il bisogno di chiedere ufficialmente che le problematiche di comportamento di nostro figlio vengano considerate per il disagio che sono.

Pensiamo che dando un nome alla suo modo di essere, nostro figlio NON VERRA’ PIU’ PUNITO PER QUELLO CHE E’.

Così, pur continuando il lavoro con Ombretta e Matteo, decidiamo riprovare a fare una valutazione presso una struttura certificante in modo da avere una diagnosi ufficiale da presentare alla scuola.

 

Ci rimettiamo in contatto con Neuropsichiatria Infantile.

Questa volta tutto va bene, dopo pochi appuntamenti abbiamo una diagnosi: disturbo dell’attenzione con tratti oppositivi, disgrafia e altri piccoli aspetti di negatività legati al disturbo dell’ADHD.

Assieme alla diagnosi arriva il consiglio di fargli assumere il farmaco per aiutarlo a concentrarsi meglio ed avere finalmente i meritati risultati anche a scuola.

Non ce la sentiamo di fargli prendere un farmaco, ci prendiamo del tempo … ma serenamente.

Nel frattempo l’anno scolastico è finito e questa volta il tempo non ci fa più paura, possiamo permetterci il lusso di pensarci con calma e magari aspettiamo il nuovo anno scolastico.. vediamo come va.

Poteva andare meglio …

Nostro figlio ormai è in quinta, con tutto il lavoro che abbiamo fatto ormai è un ragazzino consapevole, profondo, abbastanza sereno.

Resta sempre il solito a scuola, ma siamo corrazzati e soffriamo meno.

Le maestre, però CONTINUANO A SOFFRIRE.

Continuano ad arrivare le note, le segnalazioni sul quaderno e nonostante le maestre gli vogliano veramente bene, le difficoltà pratiche restano.

Ci rivolgiamo ancora a Neuropsichiatria e decidiamo di optare per il farmaco.

Vogliamo dare a nostro figlio la sensazione di riuscire bene in quello che è il suo unico e vero lavoro: la scuola.

Per anni ha nascosto la sua frustrazione in un atteggiamento alternato tra l’indolenza e la sfida.

Dentro di lui le capacità ci sono, solo che non riesce ad esprimerle.

 

Ora, con l’assunzione del farmaco finalmente sta provando la nuova esperienza di riuscire con facilità e bene in quello che gli è sempre stato chiesto.

Tra un po’, attraverso l’esercizio che gli permette di fare questo farmaco, avrà imparato come si può lavorare ad un compito per un periodo prolungato, come si porta a termine un lavoro dall’inizio alla fine e sperimenterà quanta soddisfazione può dare tutto ciò.

Allora non avrà più bisogno di nessun aiuto artificiale.

Siamo solo una mamma ed un papà.

Come tutte le mamme ed i papà, da quando è nato nostro figlio, io e mio marito abbiamo intrapreso un percorso.

La prima parte della nostra strada è stata un po’ ripida.

Ma non per questo abbiamo smesso di camminare.

Tutti i sentieri ripidi di montagna portano a panorami mozzafiato e la gran figata è che la strada, dopo, è tutta in discesa. 

Mirella